Roma, 28 aprile 2026 – In Italia parliamo ancora di e‑commerce come se fosse un canale di vendita in più o accessorio. In realtà si tratta di un asset strategico con cui il Paese crea e distribuisce valore nell’economia. Oggi l’online è un’infrastruttura economica vera e propria e un binario su cui viaggiano prodotti, servizi, dati, relazioni fra imprese e consumatori. La domanda internazionale c’è, ma la vera questione è quanto di quel valore prodotto dal commercio digitale resta e si rafforza all’interno del sistema produttivo italiano.
I numeri raccontano un paradosso. Sul fronte dell’export, il commercio elettronico genera circa 6,3 miliardi di euro, a fronte di oltre 12,3 miliardi di import: importiamo online il doppio di quanto esportiamo. Nel 2025 il commercio elettronico B2C in Italia vale oltre 62 miliardi di euro, con una crescita intorno al 6% l’anno e si contano circa 35 milioni di italiani online, che fino a circa dieci anni fa erano 16 milioni, segno chiaro che ormai il commercio digitale è diventato strutturale.
Guardando alle imprese, in Italia contiamo circa 91.000 aziende online, ma solo il 3,2% ha un vero e‑commerce proprietario; il 77% comunica in una sola lingua; oltre il 54% ha una presenza internazionale limitata. Siamo presenti, ma non siamo scalabili.
Non è la domanda a mancare; sono le condizioni perché le nostre PMI possano intercettarla.
È in questo scenario che Netcomm ha patrocinato l’evento “Sostenere il Made in Italy nel mondo: PMI, E-commerce e politiche per l’Export”, promosso dall’On. Alberto Luigi Gusmeroli nell’ambito di una più ampia riflessione sul sistema economico nazionale, e realizzato con la collaborazione di Amazon. Tenutosi martedì 28 aprile, a Roma, presso la Camera dei Deputati, l’appuntamento ha rappresentato un’importante occasione di confronto tra istituzioni e rappresentanti del mondo delle piccole imprese per approfondire opportunità e ostacoli legati all’internazionalizzazione del business.
La voce delle piccole e medie imprese che hanno preso parte al tavolo di confronto sono la testimonianza che l’e‑commerce è tra le leve di export più potenti per il Made in Italy, permettendo alle nostre imprese di arrivare ovunque, raccontando il valore del prodotto e costruendo relazioni dirette con i consumatori globali. Tuttavia, per sprigionare questo potenziale, è necessario un cambio di paradigma nel rapporto con le istituzioni.
Le esperienze di realtà diverse come Ciocca (calzetteria lombarda), ZIG (frutta secca campana), Remo Sartori (accessori in seta dalla Puglia) e Fler (cura della persona dal Veneto) mostrano tutte lo stesso schema: grazie al digitale hanno ampliato i mercati, aumentato la quota di export e testato Paesi nuovi, ma si scontrano con ostacoli ricorrenti – dalla frammentazione delle regole fiscali ed EPR alla gestione delle soglie IVA, fino alle complessità logistiche e doganali intra‑ed extra‑UE. Sono casi differenti per settore e territorio, ma convergono su un punto: la tecnologia apre le porte, la complessità normativa rischia di richiuderle.
Oggi la complessità normativa può rappresentare un costo non competitivo che rallenta il sistema e drena risorse: semplificare significa liberare energia, investimenti e competitività. Lo spazio di crescita è ancora enorme e per colmarlo serve una vera strategia Paese che metta al centro infrastrutture digitali, logistica, pagamenti e gestione dei dati. Sostenere il commercio digitale significa sostenere la competitività dell’intero Paese.
Per farlo, occorre sciogliere tre nodi strutturali.
Il primo è un Mercato Unico ancora incompiuto. Per la maggior parte delle PMI italiane, la mancanza di regole armonizzate fra i diversi Paesi europei rappresenta una barriera concreta alla crescita e all’export. La frammentazione normativa si traduce infatti in costi aggiuntivi, tempi più lunghi e in una riduzione della competitività, soprattutto per chi ha strutture leggere. Registrarsi ai sistemi EPR Paese per Paese, aprire numeri IVA locali per stoccare merce, adattare etichette e requisiti tecnici a mercati che condividono la stessa moneta ma non le stesse regole sono oneri gestibili per una grande impresa, ma spesso insostenibili per un’azienda di dieci persone.
Il secondo nodo è la sproporzione tra soglie, costi fissi e dimensione delle imprese. L’attuale soglia di 10.000 euro oltre la quale scattano obblighi aggiuntivi per IVA e gestione tramite OSS viene percepita da molte realtà come un ostacolo alla crescita: si teme che il passo successivo al primo successo estero sia un salto nel buio regolatorio. Se l’obiettivo è permettere alle micro‑imprese di testare mercati e consolidare il proprio modello, è necessario rivedere queste soglie in chiave di proporzionalità.
Il terzo nodo riguarda l’accesso alle competenze. Non è solo un tema di alfabetizzazione digitale delle PMI, ma anche di capacità del sistema professionale di accompagnarle in modo adeguato. Molte imprese segnalano che i propri commercialisti e consulenti sono poco preparati sulle normative extra‑fiscali, come l’EPR, o sulle specificità dell’export digitale; questo le costringe spesso a orientarsi da sole tra guide, portali e documentazione tecniche. È un segnale chiaro: serve un salto di qualità nelle competenze diffuse, perché la responsabilità di rendere la compliance comprensibile e accessibile non può ricadere solo sugli operatori di mercato, ma va assunta anche da istituzioni, ordini professionali e sistema della formazione.
Sciogliere questi tre nodi richiede scelte politiche chiare, a livello europeo e nazionale. Sul fronte UE significa avanzare verso un numero IVA unico per chi vende e stocca in più Paesi, rivedere in chiave di proporzionalità le soglie di fatturato che fanno scattare nuovi obblighi – in particolare per micro e piccole imprese – e applicare al tema EPR il principio di armonizzazione e proporzionalità, con standard comuni, portali unificati e fee calibrate sui volumi effettivi, così che l’adeguamento alle politiche di sostenibilità sia un incentivo a innovare e non un motivo di ritiro dai mercati. Sul fronte extra‑UE, la stessa logica va applicata alla digitalizzazione delle procedure doganali e alla semplificazione dei requisiti per le merci a basso rischio, liberando tempo e risorse per la crescita.
A livello nazionale, la priorità è costruire uno “sportello unico digitale” per l’export delle PMI che integri informazioni su IVA, EPR, normative settoriali e strumenti di sostegno, in coerenza con l’indagine conoscitiva della X Commissione, valorizzando e coordinando le iniziative di formazione e accompagnamento già in atto con attori privati come tasselli di una strategia Paese, non come progetti episodici.
L’e‑commerce è già oggi il binario su cui il Made in Italy viaggia nel mondo. Decidere se questo binario sarà semplice, accessibile e competitivo per le nostre PMI è una scelta politica. Se vogliamo che il 99,9% del tessuto imprenditoriale italiano, che genera il 64% del PIL, possa davvero usare il digitale come leva di export e non come ennesimo ostacolo burocratico, la semplificazione del Mercato Unico e delle regole per l’online non è più rinviabile.
Serve una strategia Paese, perché l’e‑commerce non è un settore: è competitività nazionale. Non è un comparto a sé stante, è uno specchio della nostra capacità di competere, di trattenere valore sul territorio e di esportarlo. La sfida è chiara: trasformare crescita in valore, trasformare consumo in industria, trasformare il digitale in infrastruttura.
Perché nel futuro non basterà vendere di più: vincerà chi saprà creare, trattenere ed esportare valore insieme alle proprie imprese.
